“L’azienda vincente è quella che investe di più nell’innovazione tecnologica e di design e che persegue politiche di marketing”. A dirlo è Il Sole 24 Ore tenendo conto degli ultimi studi di Banca Intesa, stime Idc e Confapi, ricerche Aitech-Assinform/NetConsulting.
Ma sembra che anche l’internazionalizzazione produttiva in realtà agisce positivamente sulla crescita aziendale, soprattutto se accompagnata da investimenti nelle nuove tecnologie. Peccato però che le imprese italiane vadano in un’altra direzione: la spesa media in informatica per addetto nelle PMI italiane (fino a 100 dipendenti) infatti rimane tra le più basse in Europa, circa 1.300 dollari. Lontana dalla media europea di 4.500 dollari, che nel caso di eccellenza delle PMI Inglesi arriva a 10.900 dollari.
I dati parlano chiaro: la maggior parte delle PMI in Italia non ha predisposto strutture adeguate per curare le relazioni con il cliente. Questo, per l’Economia del Paese, si rivela un handicap non da poco: i bassi investimenti in IT penalizzano infatti la competitività delle nostre imprese rispetto a quelle Europee, Statunitensi o Asiatiche (quest’ultime in piena evoluzione).
Vedendo infatti i dati della tabella si nota come la spesa in innovazione si rivela importante nelle Medie imprese.
Secondo Fabrizio Guelfa, economista dell’Ufficio studi di Banca Intesa, esiste una percezione sbagliata del mondo IT, visto spesso ottimale solo per la grandi imprese. In realtà l’innovazione crea sviluppo per tutte le strutture, piccole e grandi, ma soprattutto anche per i settori tradizionali, non solo per quelli di nuova concezione.
Su circa 620 PMI, con un fatturato medio di 15 milioni, operanti nei tre settori-volani del Made in Italy (meccanica, abbigliamento casa-arredo, emerge che il 75% delle imprese dichiara di aver registrato dei brevetti. La maggior parte, circa il 60%, sostiene di aver approntato strutture dedicate alla R&S. Nel design il dato si ferma al 37%. La meccanica invece brilla per le collaborazioni avviate con soggetti esterni, come le università.
Secondo Guelfa, pur se le imprese italiane danno di se stesse un giudizio lusinghiero, analizzando bene i dati esse dichiarano di avere diverse debolezze, ad esempio: meno del 10% risponde di avere un servizio di orientamento al cliente (ovvero un CRM o un SCM). Un dato, questo, assolutamente insufficiente per chi vorrebbe competere nel mercato mondiale allargato.
Fonte: Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2006 - Emanuele Scarci

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